mercoledì 23 gennaio 2008

La Scrittrice di Notte



Devo iniziare a scrivere qualcosa, o non uscirò mai da questo blocco creativo, mi dico mentre la penna scorre sul foglio lasciando linee confuse ed astratte.
Mi alzo, sospiro. Stanotte non va, non va proprio. Non è da me essere in ritardo. Mi manca l'ultima dannata pagina per chiudere questo contratto. L'ultima dopo averne scritte ben seicentosettantadue, tutte secondo tempi perfettamente calcolati. Poi quest'ultima. Il blocco dello scrittore. Un blocco che dura da tre giorni, e che mi fa sforare. Sono in ritardo. Non dovrei consegnare in ritardo. Non è così che si fa. Non è così che sono io. In tutti questi anni non ho mai sbagliato nulla. E non ho mai preso decisioni di cui mi dovessi pentire. Eccetto una volta, troppo tempo fa. Ora faccio la scrittrice, adatto il mio innato perfezionismo al mio lavoro, e mi chiedo se riuscirò a finire questo libro. Ho bisogno d'aiuto. Sono affamata, stanca. Non ho idee. Mi guardo intorno e gli occhi si posano sulla TV accesa. Sta trasmettendo il telegiornale. Omicidi, sempre omicidi, morte, sangue ovunque. Cambio canale. Sorrido con amarezza alla vista di un qualche vecchio film che cerca di darmi ispirazione riportandomi al passato, ma niente si adatta a ciò che cerco adesso. E allora stacco. Prendo il cappotto ed esco. Torno indietro. Controllo di aver spento la TV, la luce in tutte le stanze. Di aver staccato il gas. Di aver lasciato tutto in ordine. Di aver chiuso le finestre. Tutte. Di aver tirato giù ogni singola persiana. Non voglio dover rassettare tutto al mio ritorno, potrei essere troppo stanca. Potrei star fuori tutta la notte, a cercare quello che cerco. Esco. Non mi dirigo al solito bar. Non che non sia un'abitudinaria, ma è nelle mie abitudini cambiare. E come nelle mie previsioni ci vuole un pò per trovare, ed un bel pò a scegliere. Ecco un posto nuovo. Sembra un night da due soldi uscito dalla matita di Frank Miller. Il posto giusto. Non ci metto molto ad adattarmi all'ambiente. Sono una scrittrice. Sono drogata dalla vita. Attingo da ogni cosa che vedo o sento, ed ho un disperato bisogno di una nuova dose. E poi, certo. Sono affamata. Un motivo in più per venire fin qui. Nonostante le banalità di questo posto tetro, psichedelico, dall'odore di muffa, alcol e pollo fritto, sono incuriosita.
Incuriosita da ciò che troverò qui. C'è solo l'imbarazzo della scelta. Magari il mio studio dei comportamenti umani troverà nuove ed interessanti sfumature di pensiero. Mi metto comoda al bancone e butto un occhio al menù stasera, mentre cerco qualche storia interessante da approfondire. Riesco a decidermi in entrambe le cose. Punto un ragazzo che non sembra adattarsi al posto. Aria stranita, abiti comuni, faccia pulita. Molto carino.
"Che ci fa qui, uno come te?" Gli chiedo. Mi risponde con un sorriso. Non sono una tipa che si approfitta troppo della propria femminilità, nè una che rimorchia tutte le sere. Ma il mio approccio semplice e lineare basato sullo sguardo funziona..
"Cerco una qualche storia da raccontare per il mio libro... e poi avevo fame. E tu?"
"Incredibile... gli stessi motivi. Giuro." Rispondo con un sorriso perlaceo, un pò sorpresa.
"Ma dai! Sei una scrittrice?"
Andiamo avanti per ore. Questo tipo è interessante. Forse dovrò riscrivere qualche pagina, ritoccare qualche punto. Specificare che esistono eccezioni a quanto ho scritto nella mia antologia. Ma ad ogni modo, credo di avere un finale, grazie a lui.. Mi ha dato il colpo di scena che cercavo. Forse dovrei dirglielo.
"Credo di aver trovato un finale per la mia antologia."
"Ah! Bene! ..Quindi adesso.. Hai solo un altro motivo per restare qui, no?"
Lo osservo con un sorriso ammiccante. "Più o meno.."
Ci appartiamo e mi avvento su di lui. Mi sussurra qualcosa.
"Sai, in realtà non ci siamo incontrati per caso..."
"Che vuoi dire?"
"Ti ho seguita, stasera. Ti seguivo da un pò."
"Ohh.. Eri rimasto affascinato da me?"
"Sapevo della tua antologia."
Mi distacco un momento dal suo collo, smettendo di baciarlo, perplessa. Lui mette le mani nella sua borsa, tranquillo. Siamo in un vicolo molto isolato. Lui è stranamente tranquillo, ed ha un espressione strana. Inizio ad avere paura.
"Sai.." mi dice tirando fuori qualcosa. "In realtà io non scrivo libri. Ma ne porto sempre uno con me." Mi mostra la copertina, e rischio di avere un mancamento. Sono terrorizzata, vorrei colpirlo, vorrei non averlo mai avvicinato. Vorrei non essermi spinta troppo oltre. Ma è tardi. Non ho più nessuna possibilità. Dopo avermi indebolito mostrandomi la croce a rilevo sulla bibbia, mi trafigge il cuore con un paletto di legno. Resto bloccata e dolorante, ed il sole sta sorgendo. Volevo solo finire il mio lavoro, e nutrirmi. Ma il mio signore non vedrà mai la mia perfetta e lussuosa opera letteraria sulla razza umana. E' finita. Dannati cacciatori di vampiri.

lunedì 21 gennaio 2008

Satori

Capitolo 2


Saranno almeno quattro o cinque notti che non dormo. Ho due borse sotto gli occhi da far invidia alla Neo Fashon Style Company, ma almeno i miei neuro co-processori mi impediscono di dormire finchè non avrò terminato questo lavoro. A volte penso che questo cazzo di innesto cerebrale sia stato progettato da quel despota di Joseph appositamente per me. Ma chi se ne frega, è un despota che paga. Ed in fondo, molto in fondo, è anche un amico. Si lavora meglio, quando si fa qualcosa per aiutare un amico. Ma mi viene da pensare che come tecnico informatico faccio davvero schifo, perchè nonostante questo, non riesco a venire a capo di questo caso. Ho gli occhiali rotti che si reggono per miracolo con lo scotch, perchè gli affari vanno così male che non posso permettermi del bio collante naturale. Ed io non uso collanti che non siano bio naturali, cazzo. Non mi faccio la barba da sei settimane. Non mi taglio i capelli da almeno quattro anni. Mi tengo in forma solo con la mini palestra accessiorata da ufficio della Cyber Gym. Dio. Questo lavoro mi sta uccidendo. La cosa più strana è che non smetto di battere le dita sulla tastiera da almeno nove ore. Quando mi sono reso conto di non sentire più le dita, due ore fa, mi sono detto "tranquillo, Logan, le dita degli arti bionici di seconda mano non hanno sensibilità".
Poi mi sono reso conto di non avere braccia bioniche. Allora mi sono fatto un po' preoccupato.. Ed ho fatto un check-up completo connettendomi con un programma multi-server pirata a più canali della neuro rete contemporaneamente per raccogliere il maggiur numero di informazioni mediche. Ed ho intervistato un equipe scientifica completa in conversazione virtuale multipla. Ed ho scoperto di avere dei disturbi da stress ai centri nervosi. Ed in tutto questo non ho smesso di battere sulla tastiera trascrivendo i dati del caso affidatomi da Joseph. E... bhe, poi basta.Non c'è da stupirsi per il fatto che io riesca a fare tutto simultaneamente: non sono un genio. Si chiama tecno encefalo a scissione di pensiero lineare parallelo. Un innesto di potenziamento cerebrale che permette di seguire più linee di pensiero (nonchè di sviluppo dello stesso) contemporaneamente! Il genio sta nel fatto che l'ho ideato e progettato io unicamente per me stesso. Quindi... si, ripensandoci sono un genio. Tuttavia... una persona che si rende conto di avere delle disfunzioni ai centri nervosi si blocca per cercare di non aggravare il problema. Quindi in effetti, sono un coglione.
Però... è anche vero che sto lavorando per Joseph, e mi farebbe esplodere la testa se gli consegnassi il rapporto in ritardo. Quindi, in effetti, sono un genio.
Certo, si deve anche considerare che siamo amici, perciò.. Oh, ecco, ho finito. Grazie, microtecnologia illegale.
Non appena completo lo scopo che mi ero prefissato, ecco che il co-processore cerebrale anti-stanchezza si disattiva. Di solito dopo la disattivazione il cervello ci mette qualche minuto per razionalizzare in modo naturale. Poi l'organismo inizia ad accusare la stanchezza accumulata. E se lo si è usato troppo a lungo, si va in letargo per un pò. Sbadiglio... cazzo, ricordavo che ci volesse più tempo. Invio i nuovi dati a Joseph. Che storiaccia. Spero che gli arrivino in fretta. Non solo Joe Tucker era stato drogato con l'Oz per ipnotizzarlo chimicamente ed indurlo a distruggere il codice genetico-ormonale di Joseph...
Nella sua memoria mnemonica c'erano della informazioni criptate. Neanche le avevo viste. E ci ho messo un secolo per decriptarle.. Ne è uscito fuori solo un file di informazioni generiche su una persona. Ma che persona! E' piuttosto strano che un teppista strafatto e strumentalizzato dalla piccola gang di Frankie Estecado avesse in memoria lnformazioni su Huggler Synt. L'uomo del mistero. Un ombra. Nessuno sa quale sia il suo vero nome, dove si trovi, che aspetto abbia. Si sa solo ciò che in effetti ho trovato nei dati nella testa di Joe Tuker, e che avevo sentito tramite imprecise voci pirata che girano nella neuro rete. Huggler Synt ha creato Golconda. Una nuova droga, completamente diversa da ogni altra droga finora testata. Una droga cybernetica. In forma di chip collegabile direttamente al cervello umano, permetterebbe a chi la assume di vedere la verità assoluta sul mondo, ascendendo ad uno stadio superiore a quello umano e... Lo so, è roba da fantascienza! ...Ma è bello lasciarsi andare con l'immaginazione, ogni tanto. La verità è che lavoro troppo. Merda, sta arrivando il letargo. Controllo le mie funzioni vitali tramite il checker cerebrale...
Cazzo. Sono andato sotto di parecchio, stavolta. il Co-processore anti-stanchezza è utile, ma rischioso. Si può morire, di insonnia. L'insonnia vera. Se un corpo non si riposa per troppo tempo il cervello collassa. Devo stare più attento, la prossima volta che attivo l'anti-stanchezza. Tenere il conto delle ore.. Perchè non l'ho fatto? Ah, già. Sono un coglione. O ero un genio? Non me lo ricordo più.

Satori

Capitolo 1


Il pugno sinistro di Joe mi investe la faccia come un treno in corsa guidato da un macchinista paranoico in ritardo di due ore. Forse è KO, bello mio, ma non di certo un KO tecnico. Il tuo braccio è di ferro, e questo a casa mia vuol dire barare. Non che ti importi molto, visto che continui a pestarmi. Ti urlo in faccia di smetterla mentre il mio naso perde, e non c'è mai un idraulico quando ne serve uno. Ma non te ne frega un cazzo. Infierisci. Non volevo perdere uno dei miei migliori clienti, ma ti ha dato di volta il cervello, figlio di puttana. E oggi hai dato un pugno di troppo. Mentre sono a terra dolorante la mia mano destra afferra l'impugnatura della desert eagle infilata nei pantaloni. Il pollice arma il cane. Estraggo. Per un istante torno a pregare. Non lo facevo da anni. Prego che lui ragioni. Che si fermi. Ma Joe è stato mio cliente troppo, troppo a lungo. Si è esaurito. E non lascerò certo che sia lui a farmi chiudere.
Mi chiamo Joseph Tyler, e la mia giornata è cominciata male. Non mi piace il sapore del cervello, specie a prima mattina, ma ho il brutto vizio delle pistole pesanti e dell'usarle ad una distanza corta. E' così, che si fa fuoco nella mafia. Ed è dai mafiosi che ho imparato a sparare. Sono cresciuto in strada, tra papponi e spacciatori, tra punk, puttane e drogati. Ho frequentato un pò tutte le categorie, mi sono fatto una cultura. Ma sopratutto, mi sono fatto un sacco di puttane. E un sacco di dosi. Poi sono tornato alla cultura... e alla coltura. Così sono diventato ciò che sono oggi. Busso alla porta di ferro mentre mi tengo il naso rotto. Lascio sulla lastra lucida il segno rosso del mio passaggio, e quando Frankie apre la porta e lo vede, non fa una piega. Probabilmente un pò di sangue non è nulla, in confronto al resto dello schifo che avvolge il suo ingresso. Cumuli di immondizia costeggiano il vialetto. La casa di Frankie è un bunker di merda nel cuore dello sprawl, tra i quartieri peggiori se non il peggiore. L'interno, dove Frankie mi conduce, non è da meno. Va fiero del fatto che ha un esemplare di vero maiale. Nato per davvero, secondo natura.. non una comune riproduzione genetica artificiale. Come sempre, se lo tiene in questo cesso che chiama casa, e l'odore è peggio all'interno che all'esterno. Con questo ho detto tutto.
"E' passato un po', eh, Frankie?"
"L'ultima volta il tuo naso ero dritto.."
Mi farfuglia trangugiando un pezzo di qualcosa che ricorda la pizza. Sembra tranquillo.
Il mio tono non è da meno... calmo, piatto, confidenziale.
"Eh. Già. A proposito. Lo sai chi è passato da me stamattina?"
Silenzio. Ora il figlio di puttana non riesce a masticare. Sollevo la mia calibro cinquanta davanti alla sua faccia grassa e brufolosa. La canna è ancora macchiata di sangue.
Il porco trema, e non parlo del suo prezioso animale.
"Joseph... ma che stai facendo?"
"Joe Tuker. Voleva farmi a pezzi, Frankie. Era uno dei tuoi."
"Jo... non fare cazzate, eh? Pensi che io c'entri qualcosa?"
"Io non penso, Frankie. Io so."
"Joseph... Joe era un patetico circuitato che aveva perso il cervello.. si calava di tutto, e tu eri il suo maggiore fornitore! Gli hai dato una dose di troppo ed è scoppiato.. mi dispiace ma io.."
"Ho fatto esaminare il cadavere a Logan. Indovina cosa ha trovato nelle vene, porco bastardo?!"
Silenzio. Frankie non si aspettava che io sopravvivessi. In secondo luogo non si aspettava che io sospettassi a tal punto di un tentato omicidio da far analizzare il cadavere.
E sopratutto, non si aspettava che il mio tecno medico di fiducia riuscisse ad identificare l'Oz.
"Jo..io.."
Non lo lascio finire. Che brutto vizio. Cerco di girare la faccia, ma niente da fare, il sapore mi giunge alle labbra. Doppia razione di cervello, oggi. Ma sono vivo, e ho levato di mezzo l'ennesimo concorrente sul mercato. Essere il miglior narco trafficante della zona è un lavoro duro. Ma qualcuno deve pur farlo.

mercoledì 16 gennaio 2008

Com'è la Fine



Sapeva ogni cosa. Aveva pianificato tutto. Eppure non poteva fare a meno di essere curioso, perchè una cosa è sapere, un'altra è vivere. Così scese di casa con un sorriso beato e determinato, di chi si pone davanti una grande missione ed è sicuro di porter riuscire nell'intento, anche in caso di fallimento. Si agghindò per bene poichè era il più illustre tra gli illustri, e non voleva farsi riconoscere per evitare noie. E si diresse in ospedale, là dove passano gli ultimi momenti di vita i malati terminali. Camminò a lungo nei corridoi con uno sguardo compassionevole e triste, ed un sorriso di chi sa che l'inevitabile è indispensabile.
E poi la incontrò. Colei che cercava. Non le restava molto da passare in quel letto, e voleva restare sveglia per godersi la luce del sole fino all'ultimo. Tra le mani, tante vecchie foto. Ma intorno a lei, una piccola stanza vuota. Le si avvicinò in silenzio, per poi sfiorarle la fronte con la mano calda. Lei non sussultò. Lo riconobbe. Da tanto, lo aspettava in quel letto. E più volte aveva creduto di averlo perso, ma ora sapeva che se anche l'aveva perso, ora, nella fine, si erano ritrovati.
"Perchè sei venuto fin qui?" Gli chiese la donna.
"Volevo vedere da vicino com'è mentre avviene." Rispose.
Lei sorrise.
"Credevo che sapessi fin troppo bene com'è."
Sorrise anche lui, di rimando.
"Un architetto progetta molte case, ma vive solo nella propria."
"Mh. Non so se riesco a capirti."
Una brezza leggera entrò dalla finestra aperta a sfiorare il viso della donna, ed un profumo di fiori freschi pervase la stanza cancellando l'odore stantio di naftalina e barbiturici

"Allora?" Riprese lui, tranquillo. "Com'è?"
"Non è ancora successo..." disse lei con un sorriso d'intesa, che si ha tra vecchi amici. "..quindi come faccio a saperlo?"
Lui restò un istante a pensarci. "Potresti provare a descrivermi cosa senti."
La donna continuò a sorridere tranquilla, ma inarcò un sopracciglio, perplessa. "Come fai a chiedermi cose del genere se tutto ciò che sta succedendo è avvenuto perchè l'hai voluto tu?"
Lui sospirò, quieto. "Io ho fatto ciò che dovevo. Amo incondizionatamente tutto ciò che ho fatto. Tuttavia, non sono capace di provare in prima persona le conseguenze delle mie decisioni."
La donna annuì sorridendo. "Quindi cerchi di riuscirci per.. cosa, senso di colpa?"
Lui allargò il sorriso con un velo d'imbarazzo. "Qualcosa del genere."
Ci fu un lungo attimo di silenzio. Poi la donna parlò di nuovo.
"Che vuoi che ti dica, vecchio mio? Sto bene, ora. Sono pronta, se stai tu qui con me. Ma immagino che tu debba chiedere in giro, perchè non credo che la mia risposta si adatti a chiunque. Dev'essere.. una cosa molto individuale.."
Lui annuì, con apprensione. "Immagino che tu abbia ragione."
Lei sospirò, felice e sorpresa. "Che situazione bizzarra. Ti credevo invincibile, senza dubbi nè debolezze. E invece eccoti qui, a ricercare l'unica cosa che, nonostante tutto, non puoi avere. Proprio come uno qualunque di noi."

Lui le prese la mano, sorridendo.
"Vi ho creati a mia immagine e somiglianza, dopo tutto."